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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


9 giugno 2011

Pedalare

 

Non se ne può più di ‘nuovi’ partiti della sinistra e/o del centrosinistra. Qualcuno avverta Vendola che non siamo una ciurma di nocchieri sempre pronti a sfidare il mare aperto, alla perdurante ricerca dell’isola che non c’è. Sarebbe il caso di crescere un po’. Nonché di attenersi ai fatti e ‘mantenere’ le narrative, per quanto vertiginose, negli argini di un minimo di prosaica realtà (ecchediamine, vabbè vabbè). Resto dell’avviso, peraltro, che anni fa avremmo dovuto tracciare una rotta più precisa sin dalla prima svolta della Bolognina, senza troppi voli pindarici, evitando di sfidare i marosi privi di una bussola o di un sestante, quasi orgogliosi di gettarci in faccia alla tempesta, romanticamente dediti a una poetica del naufragio.

Da allora abbiamo cambiato partiti più spesso che paia di scarpe. Faccio fatica persino a ricordare tutte le sigle adoperate o solo ventilate (quasi minacciate). In questo esercizio siamo stati maestri, forse meno nell’efficacia politica (a lunga gittata) delle medesime svolte. Oggi che, finalmente, dopo molti tentennamenti, abbiamo acquistato una rotta vera, pur rischiando spesso di prendere acqua, arriva Vendola, ultimo in ordine cronologico, a dirci che bisognerebbe ricominciare con una nuova formazione politica. Ricominciare? Noooooo. Se a qualcuno venisse in mente di ripartire con il dibattito, le tesi, i congressi, il nome della cosa, gli incarichi, le quote, le primarie, i dosaggi, il trattino, le sedi, le scissioni, Turigliatto, Dorina Bianchi, Bertinotti, dentro o fuori, le correnti, gli spifferi, le porte sbattute, le amicizie finite, le nostalgie, i nuovismi, i rottamatori, ecc. ecc. ecc., lo dicesse chiaramente. Appendo la politica al chiodo e mi dedico alla pesca del salmone in altura (parlo per me, ovviamente, voi fate come volete). Dico solo questo: abbiamo vinto le elezioni, comincio persino io a intravedere qualcosa di ‘democratico’ in giro, e ora dovremmo ripartire nella buriana? Non se ne parla nemmeno. Abbiamo voluto il PD? Bene, adesso pedaliamo.

Nella foto, la 'nuova' bicicletta proposta da Vendola per 'espugnare' l'Italia.


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3 giugno 2011

Cartesio.it

 

Insomma, per battere il populismo di destra serve un populismo di sinistra, oppure una cosa non populista? Il dibattito pare centrarsi proprio su questo nervo scoperto della sinistra. Non è questione da poco, ma strategica. Ne derivano scelte coerenti sul piano istituzionale, dei programmi, delle alleanze. Anzi, il tema della alleanze è, per quanto a molti paia essere noioso, la questione top. Il populismo, inteso come cortocircuito tra Capo e Popolo (anche nelle varianti Società Civile, Masse, Teleutenti), disdegna, almeno apparentemente, il tema delle alleanze. Quel che conta è il “sì” offerto dai cittadini nella loro generalità al progetto dell’uomo solo al comando. Le istituzioni si trasformano in casse di risonanza. I partiti in combriccole dedite alla costruzione del consenso elettorale. I comunicatori diventano guru. Perché cercare alleanze, perché tessere fili politici, dialogare, sviluppare un’iniziativa pubblica orizzontale? Il populismo è verticalità, punto. Anche a sinistra capita sempre più spesso di sentire l’invocazione al Popolo come formula vincente, saltando ogni mediazione (definita tout court ‘inciucio’).

La questione è cosa resti della politica. Perché la politica non può ridursi semplicemente alla vertigine della ‘verticalizzazione’ e del discorso diretto al Popolo (penso all’appassionato comizio di Vendola e alla tiratina di orecchie di Pisapia!). La politica è arte del dialogo e del possibile, è tessitura programmatica, è intesa, e anche conflitto duro ma senza che le istituzioni ne soffrano, anzi. Perché negare il ruolo dei partiti nella recente vittoria elettorale? Perché ridurre tutto alla barzelletta del bravo candidato? È il clima che fa bello il candidato, è la fase, è il lavoro della politica (partiti compresi, ovviamente). Senza questa impalcatura il castello è costituito da carte pronte a volare al primo soffio berlusconiano. Perciò il tema delle alleanze (orizzontale) resta una coordinata essenziale, accanto a quella (verticale) del consenso dei cittadini. Nessun grafico, d’altronde, si regge animato da un solo asse cartesiano. La politica è almeno bimidimensionale. La terza dimensione poi, quella che dà spessore, è la cultura politica. Certo, se poi, come ha scritto Walter Tocci, dovesse manifestarsi anche un aspetto più ‘spirituale’ (in mancanza di altre parole) avremmo addirittura una sorta di quarta dimensione spazio-temporale. Ma qui l’immaginazione e la speranza volano davvero troppo in alto.


9 febbraio 2011

Il Grande PD

 

Sono almeno due quelli che vorrebbero “destrutturare” il centrosinistra, Berlusconi e Vendola. Spero per opposti motivi. Eppure è finito il tempo degli “sparigliamenti”, che di solito intervengono quando uno non sa più che pesci prendere e la butta in “caciara”. Oppure ha un’idea molto “distruttiva” delle alleanze e molto “solitaria” della propria proposta politica. Al punto che “destrutturare” diventa il fine, non il mezzo, pur di rosicchiare un briciolo di percentuale di voto e dichiararsi vincitore solo per questo.

In realtà, oggi serve “strutturare”, articolare una proposta, organizzare un progetto di governo. E serve unire le forze sane in un nuovo “patto” che includa la modificazione della cornice politico-istituzionale entro cui si opera. Possibile che il “grande PD” sia un obiettivo più efficace di uno schieramento che traghetti il Paese fuori dalla palude (per essere buoni) berlusconiana? Grande PD che vorrebbe dire il “PD più Vendola”, ma meno molti altri, aggiungo io? Certo, sarebbe un partito con molta più “narrativa” dell’attuale, con più retorica, persino più affabulatore e più suggestivo dal punto di vista letterario e del fascino intellettuale. Peccato che la politica si componga di altri ingredienti, che non il gusto lessicale. Ad esempio, soluzioni realistiche a problemi concretissimi.

Immagino che il Grande PD, nella mente veltronian-bettinan-vendoliana sia destinato a stravincere le elezioni e poi a governare solo soletto, senza soverchie rotture di bombole. Ma ciò potrebbe essere vero solo nel caso si mantenga queste legge elettorale, con questo premio di maggioranza davvero indecente. Perché a me pare improbabile che il Grande PD ottenga un 45% di voti, così che possa scattare un premio meno osceno dell’attuale (sempre ammettendo che si voglia davvero cambiare la legge, nevvero Walter?). Ma concediamo pure che una valanga di consensi piombi sul Grande PD. Che si fa? Ci mangiamo la “narrativa” (se potessi mangiare le idee, diceva Gaber)? Facciamo tanti videomessaggi? La buttiamo sulla “percezione”? Oppure assoldiamo il “guru” di Bush, quello che ti fa vincere anche se hai la testa vuota?

Appare evidente che se il problema è soltanto “vincere”, un sistema si trova. Magari metto attorno a un tavolo quelli della Procter & Gamble, il producer del vecchio spot Barilla che piace tanto a Veltroni, un visagista, un sondaggista, un tronista, quel bel tomo di Alfonso Signorini e mia zia Carla che vede sempre Canale 5. Un vero e proprio trust di comunicatori all’altezza dei tempi. Ma il problema non è questo, piuttosto governare un’economia che starnazza come la nostra e una questione sociale davvero esplosiva. C’è chi dice: ma perché, non si può fare l’uno e l’altro, sia Signorini sia Keynes? No. O Carosello o il patto per la crescita. Sono due strade diverse, inconciliabili. Non ci possiamo permettere le favole oggi e lacrime e sangue domani. I cittadini vanno rispettati. Tertium non datur.

Nella foto, il nuovo simbolo del PD


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4 gennaio 2011

Il meta-referendum



Ma voi avete mai sentito parlare di un referendum che servirebbe a garantire lo svolgimento di un altro referendum (nella fattispecie le primarie)? Un referendum sul referendum? In sostanza, un meta-referendum? Io mai. Almeno non prima di aver letto l’intervista di Ciwati 4.0 al manifesto di oggi: “Se tocchiamo la natura del PD su un punto così decisivo [le primarie, appunto] io dico che ci vuole un referendum tra gli elettori, istituto previsto e regolato dallo statuto del partito”. Dixit. Il giovane dirigente democratico, si sa, è filosofo ed è dunque avvezzo a concetti arditi. Ma il referendum sul referendum ci procura una sorta di ebbrezza concettuale, e lascia quasi storditi.

Ma, soprattutto, svela la natura di questa giovane classe dirigente piddina, tanto incline al gesto futurista e dissacratore (la rottamazione), tanto propensa alla battaglia sulle regole, i principi e gli involucri organizzativi, ma tanto poco orientata a comunicare un’idea, a battersi per un’idea concreta, o anche astratta, anche uno straccio di idea, anche un’idea on line, che non siano puramente ‘ste benedette primarie e le brutali rottamazioni di questo o quel malcapitato.

Ché se poi la rottamazione avvenisse, e le primarie si facessero nei modi ciwatiani, non mi meraviglierei che il primo (e unico) a farne le spese sarebbe proprio il PD, decapitato di una classe dirigente che ancora mastica di politica, e costretto a portare l'acqua al Vendola di turno. E, in tal caso, mi chiedo che fine farebbero, senza questo PD, il Ciwati 4.0, Renzi, lo stesso Vendola. Ma ce lo vedete Ciwati 4.0 improvvisamente privato del PD, delle primarie sempre e ovunque, dello Statuto, del referendum, del meta-referendum, e ridotto al suo blog e alle adesioni on line che arrivano “copiose”? Io non oso farlo, e forse nemmeno lui.

Nella foto, il PD come lo vorrei (Ciw)


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3 gennaio 2011

La macchina

 

L’eredità vera del berlusconismo politico? È in questa frase di Marco Conti, sul Messaggero: “Berlusconi ha sempre considerato il partito una macchina elettorale”. Il resto consegue: il nome del partito che si sceglie con gli esperti di marketing, la cooptazione dei dirigenti effettuata sulla base di un casting, il partito strutturato come un’azienda, il leader come puro testimonial di un prodotto politico, il mercato elettorale come vero humus della politica, la democrazia come brutale competizione tra aspiranti Capi, il dibattito interno come una secca linea di comando dall’alto verso il basso, e i militanti dei semplici “galoppini” elettorali (come si diceva una volta).

Detto questo, il punto è il seguente: quanto si è diffuso questo berlusconismo politico nel restante panorama politico italiano? E soprattutto: ha debordato anche a sinistra? Io direi di si. Decisamente di si. C’è molto berlusconismo di sinistra nella nascita del PD. C’è molto berlusconismo (nel senso ora detto) anche nel vendolismo. C’è molto berlusconismo anche nella stanca rassegnazione di tanti dirigenti della sinistra che ormai pensano che Berlusconi si batta solo con Berlusconi.

Ma c’è di peggio. La tragica conseguenza di questa visione del partito come “macchina” per vincere al campionato del voto, e del leader come testimonial di un prodotto, è che la politica non scompare più (come sembrerebbe) a favore di un Capo, di un Leader politico, di un Uomo solo al comando (e dunque ancora di una persona), ma che la macchina prende pian piano il sopravvento sul resto. Fare il partito-macchina vuol dire, in realtà, affidare la politica stessa a una macchina. Nessuna meraviglia di ciò per chi abbia seguito il dibattito novecentesco sulla Tecnica. Molta meraviglia, invece, per chi crede che cedere al berlusconismo sia solo una pausa tecnica, una furbata intelligente tanto per vincere le elezioni, poi tutto ritornerebbe nelle mani di una classe dirigente pienamente in grado di riprendere il controllo della situazione. Non è così. Quando parte il motore spersonalizzante della Tecnica, quando la logica prende il posto del pensiero e delle idee, tutto cambia. Gli uomini diventano automi. E la politica una specie di videogioco con l’omino che dice barzellette al posto di un premier reale.

Le primarie? A queste condizioni (e in questo contesto) sono la grandine finale dopo la pioggia alluvionale. Una scontro titanico tra leader (o presunti tali) che giocano per il Re di Prussia tecnico-mediatico. Una zuffa ad alzo zero dove non sai quale sia effettivamente la posta in gioco: la scelta di un Capo? Una resa dei conti finale? Uno spettacolo per la TV? O solo un modo per espropriare i partiti, riducendoli appunto a macchine per produrre consenso, ma senza più una vera classe dirigente e un effettivo potere decisionale? Ecco il punto su cui occorrerebbe davvero riflettere, piuttosto che giocare allegramente allo sparigliamento del PD, sperando di ricavarne qualcosina per sé e per la propria “macchina”.

Nella foto, il predellino 2. Il numero 17 è Bondi.

PS BUON ANNO A TUTTI!


15 dicembre 2010

Ah, Tabacci!

C’è uno che gode del fatto che Berlusconi abbia vinto grazie a dei transfughi, che il suo governo resti lì anche se in bilico e senza un futuro, che la riforma Gelmini riparta, e che il terzo polo si sia rivelato più fragile di quanto non si ritenesse. Gode pure del fatto che la sinistra sia sconfitta, almeno quella che secondo lui “aspetta Godot”, e cioè intende ampliare il proprio fronte di alleanze anche verso le forze che si sono staccate dal berlusconismo. Il destino del PD è un altro, dice Vendola (di lui si parla). E si chiama primarie, Sel, Idv, “nuovo” centrosinistra. Insomma, una mini-vocazione maggioritaria à la Niki, dove lui ovviamente farebbe la parte dell’assopigliatutto, con l’intero PD (o quel che ne resterebbe) sottoposto a un’OPA molto aggressiva nonchè pronto a servire a testa china il nuovo leader mediatico, dopo l’esito plebiscitario a sui favore di primarie ridotte ad “arma-fine-de-mondo” contro i revisionisti.

Spiace ripeterlo. Ma il 25% del PD (del quale i commentatori possono dire quel che vogliono) pesa come un macigno sulla strada di tutti gli 'avventurieri' politici emersi frettolosamente in questi ultimi anni. Senza quel 25% non si fa nulla di nulla, tantomeno l’alternativa a Berlusconi. Così come, d'altra parte, il Terzo Polo (o quel che sarà) è un’arma spuntata senza i democratici, a meno che non voglia tornare subito, d’amblais, in braccio al berluconismo a raccattare qualche briciola: un sottosegretariato, un viceministero, faccia Lui. Affari loro, in tal caso. Il problema vero della vocazione maggioritaria (anche nella versione light di Vendola) è che tratta gli alleati possibili come pezze da piedi, del genere “aziende decotte da scalare e poi spezzettare per rivendere con profitto sul mercato”, nella logica della migliore speculazione finanziaria. In politica si dice “voto utile”. Salvo poi sedersi a un tavolo a trattare, nel caso la scoppola rimediata sia ancora in qualche modo recuperabile sul piano della mediazione pura.

Andatevi a leggere Tabacci sul Secolo. Mentre taluni ragionano frettolosamente come tifosi in un bar dello sport, lui affonda l'analisi. Cambia tutto, dice Tabacci, altro che vittoria berlusconiana. Non fatevi ingannare dall'Aula, dove si può ragranellare qualche voto qua e là. È nelle commissioni il punto vero. Qui cambiano molti equilibri. “Il governo, preoccupato dai problemi giudiziari del premier, si è premurato di avere una larga maggioranza in commissione giustizia. In questa maniera però non ha più la maggioranza garantita in tutte le altre. In molti casi è in parità. Sa cosa vuol dire? - dice Tabacci all'intervistatore – che tutti i deputati di Lega e PDL devono essere sempre presenti, altrimenti i provvedimenti del governo non passano”. Quindi, considerato che ministri e sottosegretari sono stati precettati, e questa cosa non si può fare per il lavoro quotidiano delle commissioni, “il governo non ha più una maggioranza”. “Con questi numeri possono scordarsi ilfederalismo”, aggiunge. Di qui la convinzione che si apre una fase nuova, “che non prevede Berlusconi premier”. Punto.

Ecco, se invece di sfiorare appena con gli occhi l'immagine dell'aula parlamentare, i tanti comunicatori-politici che affollano la platea avessero considerato il lavoro legislativo quotidiano e i meccanismi veri, ossia avessero considerato il Parlamento nella sua effettiva funzione politica, i giudizi sarebbero più articolati e meno tranchant di quelli di Vendola. Ma i leader mediatici vedono appena le increspature, soffrono la visione profonda, e forse anche Berlusconi è una specie di vendoliano di destra. Ha ragione D'Alema (ecco) quando dice che il vero sconfitto è il Parlamento, cioè la politica nel suo cardine più alto. Si vive soltanto di salti della quaglia e di sbaffatine mediali, e si è persa di vista la politica. Ecco perché Tabacci è un gigante. Ah, Tabacci!


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permalink | inviato da L_Antonio il 15/12/2010 alle 18:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


10 dicembre 2010

Angoli e pietre angolari

 

Pittella ha scritto oggi su Europa che il PD è in un angolo. Con tutto il rispetto, preferisco l’analisi di Miguel Gotor sul Sole 24 Ore di qualche giorno fa. Non mi meraviglio che sul tema ci colgano di più gli altri che i commenti dei nostri giornali. Che l’analisi di Gotor stia facendo scuola, lo dimostra anche il riferimento che Claudio Sardo fa oggi sul Messaggero pur senza citarlo. Scrive Sardo: Bersani “dopo aver respinto lo schema bipartitico del 2008, ha accettato, anzi ha promosso una nuova articolazione del sistema politico. Ora il PD ha attorno a sé quattro forze che oscillano […] tra il 6 e il 7% […] e indubbiamente ha pagato un prezzo”, ma è divenuto “la pietra angolare” dell’alternativa al governo Berlusconi. Gotor aveva già scritto che “Bersani ha accettato di pagare un prezzo in termini di consenso” con una “tattica all’apparenza rinunciataria”. Invece di scegliere la “strada più facile”, ossia barricarsi a sinistra in una sorta di neofrontismo di tipo comunicativo, bello, poetico, solitario, ha situato il partito “al centro di tutte le opposizioni al berlusconismo”, persino “condizionando la nascita del cosiddetto terzo polo” (se nascita vi sarà: vedremo).

Oggi il PD occupa il centro del ring come fa il lottatore di Sumo, altro che essere in un angolo. Il suo 25% è “fastidiosissimo” ed è indispensabile all’alternativa. Si dimostri il contrario. In politica si muore se si va sull’Aventino, anche se fosse lo splendido Aventino della vocazione maggioritaria, e si vive se si è dentro i giochi, se si è indispensabili per un progetto che sposta in avanti la fase e produce una discontinuità vera ed effettiva, non solo uno scenario di comunicazione-politica. Non conta avere il 25, il 28 o il 30%. Sotto certi aspetti cambia poco. Conta la qualità del tuo posizionamento e delle tua proposta politica. Non si tratta di una “rendita” di sistema, perché la rendita nasce da una improduttiva e magnetica staticità. Al contrario, il PD di Bersani produce proposte e suggerisce soluzioni per ogni problema, è attivo, è operativo: perché la politica delle alleanze è attività, mobilitazione, non certo rendita. Il PD attuale è (si sforza almeno di essere) movimento, dialogo, rapporto, e non un organismo che si contenta di consolidare un’identità. Ma dico di più: è molto più una posizione di rendita la vocazione maggioritaria che punta a raccogliere voto utile, senza offrire nulla in cambio, e senza convincere del proprio programma l’elettore di sinistra radicale. Il quale ti vota per pura mancanza di alternative, per il puro principio di utilità marginale, ma è pronto ad abbandonarti dinanzi al primo Vendola che sventola nell’aria.


16 novembre 2010

Good night and good luck

 

Giuliano Pisapia, persona degnissima a cui auguriamo di stravincere contro la Moratti, ha già dichiarato che è uomo di sinistra ma non è mai stato comunista, che aprirà ai moderati e che tenterà di coinvolgere l’UDC. Prima o poi si comunicherà in chiesa sotto i flash dei fotografi. Non ha scelta, peraltro. Mi chiedo soltanto: è lui l’uomo adatto per questa strategia? Serviva eleggere un uomo di sinistra-sinistra per parlare il linguaggio del ceto medio che si colloca al centro dello schieramento e pensa moderato, dopo aver magari già votato nelle scorse elezioni Albertini e Moratti? Forse no. Ecco il sintomo di una gigantesca sfasatura politico-comunicativa. Le primarie (circa 60.000 elettori in tutto a Milano) scelgono il concorrente che è magari più gradito alle élite che vanno ai gazebo, ma che potrebbe apparire inadatto ai compiti tattici e strategici che il contesto gli assegna. È come scegliere in un casting un eccellente baritono quando serve invece una soprano. La scelta del candidato è un compito molto difficile, non è solo frutto di equilibri interni ma di una ponderazione attenta, persino sottilmente tecnica. Le primarie, invece, sciolgono questo calcolo anche complesso nell’acqua bollente della società, fanno da ribalta a facce e volti che prima magari si occupavano d’altro, che si affermano contro i partiti e poi ne chiedono il contributo disinteressato. Un guazzabuglio contraddittorio, insomma.

La cosiddetta società liquida (a cui si appella oggi Europa per spiegare che cosa dovrebbe fare il PD), è diventata una specie di favola, e da nobile concetto è stata trasformata in un escamotage per studenti pigri. Tant’è vero che lo stesso quotidiano del PD non-bersaniano scrive che queste primarie (60.000 elettori su un milione e mezzo di abitanti, ripeto) sono il sintomo che il partito pesante è un illusione, che è sbagliato proporre un’identità alla società liquida (ma cos’è ‘sta società liquida, una congrega di schegge impazzite?), che questa è l’era del voto di opinione, mediatico, leaderistico, che aveva visto bene Veltroni quando aveva scambiato la politica per uno spettacolo da offrire alla gente, tanto poi le questioni tecniche e troppo complesse (bilancio dello Stato, spesa pubblica, welfare, crisi del credito, questioni internazionali, ecc.) le avrebbero affrontate in camera caritatis i professionisti della politica e il popolino avrebbe evitato, così, degli inutili mal di testa. Oggi, insiste Europa, servono “leadership dotate di narrazione”, tant’è vero che i vincenti non hanno partiti o quasi, non hanno circoli sul territorio e calano quasi dall’iperuranio. Morale di Europa: il PD faccia più attenzione alla dimensione carismatica della leadership e sia, in definitiva, un po’ più berlusconiano, cribbio. Ecco fatto. Se serviva un incidente per fare uscire dalla testa di talune acque chete i loro pensieri, le primarie di Milano ci sono riuscite.

Un appunto sulla società liquida. Tempo fa, Peppino Caldarola (mi pare) fece notare una cosa essenziale. Prima di parlare di “liquidità” sociale, sarebbe il caso di valutare a pieno il dato della mobilità (reale) in Italia, la più statica e riproduttiva dell’Europa occidentale. Perché non si può sostenere tutto e il contrario di tutto. O si vive in gabbie sociali che riproducono sempre l’esistente, oppure siamo la società più dinamica del mondo. Tertium non datur. A meno che per “liquidità” non si intenda la mobilità delle pure opinioni individuali, la mancanza di confini politici, il disordine delle identità: ma allora non si risponde alla patologia con un’altra patologia. Dare un ordine alle opinioni utilizzando le “narrazioni”, cioè raccontando storie, può andar bene per i media, oppure per chi fa il bravo presentatore invece del politico responsabile. Ma non va bene per chi deve riformare la società. Riformare, cioè cambiare, non galleggiare sulle correnti che ci trascinano.

Ultima cosa. Vendola in Puglia sfruttò il turno unico e la presenza della Poli Bortone in corsa (che Casini lanciò, sollecitato dalla barca di D’Alema). Pisapia ha il doppio turno e un Albertini in più. Speriamo bene.

PS Oggi tutti a chiedere il contributo del PD, ieri (prima delle primarie) tutti a dileggiarlo. Intendiamoci: il PD o serve o non serve più. E nemmeno è una struttura di servizio per il primo leader “narratore” di passaggio. Non esageriamo. Perché se così fosse rimettiamo in opera il vecchio campionato di “Inearstakewater”, magari nella versione scorzetta di limone. Oppure si fa in altro modo, dicendo ai nuovi leader liquidi e ad Europa: questo è il rubinetto del gas, quello è interruttore della luce, questa è la chiave dello sgabuzzino, questo è il telefono dell’amministratore, questo è il rubinetto per assecondare la società liquida, quelli sono i manifesti, questa è la colla, quella è la lavagna per i turni del porta a porta, questa è la chiave di via del Nazareno e l’ultimo spenga la luce. Good night and good luck.


6 ottobre 2010

I risentiti /1

 

Dopo la "rottamazione" renziana oggi abbiamo anche le "anime morte" vendoliane (sarebbero Fassino, D’Alema e Bersani). Diverso lo stile, un po’ da sfasciacarrozze quello di Renzi, più finemente letterario quello di Vendola, ma l’ "eleganza", disciamo, è la stessa. La motivazione addotta dal Presidente pugliese è la seguente: "Non si possono rimettere in pista leader di venti anni fa". Repubblica cita anche il blog Nouvelles Bruxelles, secondo il quale Nichi sarebbe il "giovane politico di Terlizzi". Sin qui gli elementi a disposizione. Stuzzicato dalla perentorietà dei giudizi vendoliani, mi sono fatto due conti.

Vendola è nato ad agosto 1958. Dunque ha 52 anni e spicci. È stato deputato per 4 (quattro) legislature. Nel 1989-1991 è stato protagonista della scissione di Rifondazione comunista dal corpo del vecchio PCI sottoposto alla cura da cavallo occhettiana. È già al secondo mandato da Presidente della Puglia. È portavoce nazionale di SEL. Ad essere rigorosi, ha pochi anni in meno delle tre presunte anime morte citate. Ventuno anni fa (aveva già 31 anni) era a capo del cosiddetto "fronte del No" (con innovatori del calibro di Cossutta e Diliberto). Quando Vendola parla di "anime morte" e ne indica le caratteristiche, sembra quasi che parli di se stesso. Un auto da fè politico?

Vorrei ora centrare la vostra attenzione su quest’ultimo aspetto. Chiarito che Vendola non è un giovane politico, ha esperienza politica da vendere e venti anni fa era già un leader, come mai nessuno lo individua come anima morta, mentre altri (non proprio coetanei, ma quasi) lo sarebbero? Qui entra in ballo il concetto di "narrazione", di cui Nichi fa eccellente uso, e che potremmo definire la procedura argomentativo-letteraria per dare un’immagine politica vincente e significativa di qualcosa. "Raccontare storie", traduco io. Raccontare storie è anche sinonimo di dire delle balle, e comunque cose non veritiere. Vendola non auspica soltanto una "narrazione" in generale, ma la applica anche a se stesso. Con l’esito di mostrarsi altro da quel che è: un giovane politico invece di un leader da molto tempo sulle barricate. Poco male se non utilizzasse queste accuse di senilità verso altri malcapitati. Invece lo fa. E debbo dire che Vendola ha qualità politiche e culturali tali che gli consentirebbero di affidarsi anche solo a esse, piuttosto che ad un'immagine distorta di sé. Di fatto, egli adotta due pesi e due misure: uno che è leader da venti anni se si chiama D’Alema è da rottamare, se si tratta di lui è, invece, un "giovane politico". Se se ne accorge Renzi lo fa a pezzetti.


13 agosto 2010

Scherma

 

Insomma, oggi sono tutti fautori del governo tecnico. Ognuno ovviamente lo immagina secondo il proprio punto di vista. Ma, in generale, sono pochi quelli che vogliono le elezioni domani, anzi subito, tra un quarto d’ora, “perché così gliela facciamo vedere a Berlusconi!”. Anche Vendola (quello che diceva: “Tranquilli, ci penso io”) è sceso a più miti consigli. Dice che “se le Camere riusciranno a trovare una maggioranza per varare la riforma elettorale e magari una normativa decente sul conflitto di interessi, non potrei che brindare a questa prospettiva” (si noti: Vendola non è prosaicamente ‘d’accordo’, ma ‘brinda alla prospettiva’). Non ha aggiunto che se il governo tecnico risolvesse la crisi economica, facesse il socialismo e confiscasse i beni di Berlusconi per consegnarli al popolo, per lui sarebbe meglio, ma pazienza, va già bene così. Chissà cosa dice Tonini, quello che, quando Bersani propose un governo di transizione, chiese indignato quale organismo di partito lo avesse deciso. Immagino il dito inoppugnabilmente alzato. Evidentemente sbagliò i tempi: meno livore e un po’ di pazienza in più gli avrebbero giovato.

Forse dovremmo chiederci una cosa. Perché in poche settimane sono cambiati tanti scenari politici? Berlusca vede sfaldarsi il proprio fronte e scopre impervia la solita strada intrapresa in queste fasi di difficoltà, ossia le elezioni anticipate e la caciara mediatica. I cespugli dell’ex Ulivo sembrano divenuti più riflessivi, quasi sopraffatti dalle preoccupazioni, loro che a ogni stormir di foglia gridavano leggeri, quasi danzando: inciucio, politicismo, d’alema, etica, regime, urne! Anche la destra sembra meno certa del proprio destino e del proprio futuro, e stenta persino a fare il solito quadrato mediatico attorno al leader. Va riconosciuto che la parola d’ordine del “governo di transizione” è stata ben più che una parola. Che l’insistenza testarda sugli interessi del Paese, sulla crisi economica mai vinta, sulla necessità di uscire dalla palude vischiosa di questi anni, sulle preoccupazioni per un paese socialmente frammentato alla fine hanno pagato, producendo effetti visibili. D’altra parte, se la politica non provoca risultati, non smuove le acque, non ‘lavora’ sul fronte avversario, non ‘stuzzica’, non sceglie la mossa giusta e più calibrata ai tempi, nemmeno è giusto che si chiami “politica”, al più annuncio, comunicazione-politica, agitazione propagandistica, dilettantismo, fuffa.

Spiace dirlo, ma anche stavolta il veltronismo si è distinto per una sorta di innocuo e inefficace (anche se patinato) “scivolamento” sulla realtà delle cose. Anche stavolta si è interpretata la politica come una sorta di etica astratta, al più una petizione di principio, quasi ignorando il confronto vero, agonistico, ‘misurato’ sull’avversario, che la politica richiede realisticamente come unica alternativa possibile alle chiacchiere mediatiche. Amici e nemici, in politica, sono sulla stessa barca (l’interesse pubblico), sono “a portata di guantoni” e, perciò, bisogna saper dare di scherma e mollare sganassoni con un certo cervello, altro che. Per Veltroni e i veltronisti, invece, amici e nemici sono rinchiusi in stanze diverse, quasi si ignorano, quel che conta è solo l’annuncio al Paese, il parlare al “popolo”, la ricerca di consenso con i mezzi dell’advertising, la suggestione delle parole, la seduzione dei gesti. Viene a mancare del tutto la lotta, il rischio, l’agorà, il confronto rischioso che della politica è il sale. Viene a mancare la possibilità di scuotere l’avversario, smuovere le acque, fare anche un solo passo avanti. ‘Politicismo’ accusano in questi casi: peccato per loro che ‘politicismo’ sia solo la parola sbagliata (e anche un po’ qualunquista) per dire la carne e il sangue della politica stessa.

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